Home - Politica - Alto Jonio - Chiusura Cardiologia-Utic di Trebisacce: le reazioni Martedì 22 Maggio 2012
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Chiusura Cardiologia-Utic di Trebisacce: le reazioni PDF E-mail
Scritto da Pino La Rocca   
Venerdì 03 Febbraio 2012 18:16

TREBISACCE Non si sono fatte attendere più di tanto le reazioni alla notizia, di cui abbiamo riferito ieri, che da lunedì prossimo 6 febbraio i vertici dell’Asp hanno disposto la chiusura definitiva della Cardiologia-Utic di Trebisacce che tante vite umane ha salvato nel corso degli anni e che, secondo quanto si percepisce in giro, viene sacrificata alla solita logica ragionieristica nonostante le tante battaglie condotte dai politici, dalle associazioni e dalla società civile. Toccante, da questo punto di vista, la testimonianza di circa 50 infartuati dell’associazione “Gli amici del cuore” che hanno visto la morte in faccia e per i quali quella struttura si era rivelata salva-vita i quali, nel tentativo di salvare il Reparto, avevano fatto redigere un manifesto murale nel quale, oltre all’appello, ci aveva messo le proprie facce. Tutto inutile: per tutti costoro, davanti alla logica dei numeri anche la vita umana sembra assumere un significato secondario. Da qui dunque una grande delusione e una grande inquietudine da parte della gente perché a tutti appare ormai chiaro il disegno che quello dell’Utic è il primo passo verso lo smantellamento dell’ospedale: si comincia infatti con l’Utic ma tutto il resto, viene fatto notare, una volta trasferito il personale sanitario ed in particolare gli anestesisti, avverrà, per il classico effetto domino, di conseguenza. Lo sottolineano all’unisono i rappresentanti del comitato pro-ospedale, delle associazioni, di Cittadinanza Attiva, del Tribunale per il Diritto dei Malati: il trasferimento degli anestesisti-rianimatori dal “Chidichimo” all’ospedale Spoke di Rossano-Corigliano disposto dalla delibera aziendale di ieri, in pratica sottrae ai medici la possibilità di fare qualsiasi intervento, non solo di tipo chirurgico, ma anche di tipo diagnostico, per cui sono a rischio gli stessi ambulatori presso cui, secondo gli addetti ai lavori, non si potranno più eseguire piccoli interventi di chirurgia ambulatoriale, ma non si potrà più fare il lavaggio per i pazienti oncologici, non si potranno eseguire esami diagnostici che prevedono l’uso del mezzo di contrasto (Tac-Spirometria-Urografia…). Piccoli interventi ed esami diagnostici, tutti questi, che finora venivano eseguiti nel “Chidichimo” anche dopo la chiusura della Chirurgia e per i quali d’ora in poi gli utenti della sanità dell’Alto Jonio dovranno assoggettarsi a lunghi viaggi verso altre mete. Né deve illudere, fanno notare i più smaliziati, che i provvedimenti adottati siano fatti passare come “temporanei e provvisori”, perché alla base di tutto ci sarebbe una fine regia finalizzata a tutelare gli interessi politici dei manovratori: si mantiene il tutto in forma magmatico e provvisorio, per poi affondare il bisturi subito le elezioni amministrative del 6/7 maggio, allorquando, sempre secondo chi è più addentro alla politica, l’ospedale cesserà definitivamente di essere tale e diventerà “Casa della Salute”. Una struttura, questa, dai contorni a dir poco nebulosi nella quale, per definizione: «L’utenza realizza la prevenzione per tutto l’arco della vita e la comunità locale si organizza per la promozione della salute e del benessere sociale». Prestazioni di tipo socio-sanitarie dunque, che non sono certo quelle erogate in un ospedale. Da qui dunque la ferma volontà di opporsi da parte di tutti questi soggetti che sono pronti a mettere in campo tutte le iniziative possibili e, in questa ottica, si parla di un documento in allestimento che sarà inviato al Ministero ed a S.E. il Prefetto.

Pino La Rocca

 
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