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IN PRIMA NAZIONALE A PRIMAVERA DEI TEATRI IL GREGARIO PDF E-mail
Scritto da Domenico Donato   
Domenica 06 Giugno 2010 18:48
SOGNI E SPERANZE DI DUE OSCURI CORRIDORI NEL DOPOGUERRA

Castrovillari - In prima nazionale a Primavera dei Teatri 2010 Valdez Essedi Arte ha portato in scena “Il Gregario” scritto e diretto da Sergio Pierattini. Il palco del Sybaris si illumina con due letti sfatti e il corpo di un uomo a terra. Il rumore di un rubinetto che scorre incessante riempie la sala.  Dopo un po' entra un altro uomo vestito da ciclista, la testa fasciata e in mano una valigia e un fascio di fiori viola. Siamo nel 1946, nell'intimità di un'umile stanza dello scalcinato albergo “Grand Hotel Italia” si intrecciano le storie di due gregari al termine di un'immaginaria tappa del Giro d'Italia, ruote anonime dietro a quelle del campione Gino Bartali. Pierattini, autore capace di un realismo secco e immediato scrisse questo testo nel 1999, nell'ambito di un progetto che aveva per titolo “Grand Hotel Italia”, e che raccoglieva sei brevi atti unici, microdrammi ambientati in una stanza d'albergo che raccontavano la storia del nostro paese. E per parlarci di amore, amicizia, coraggio, sofferenza e di speranza scelse la grande avventura rappresentata dallo sport della bicicletta nel dopoguerra; in quegli anni simbolo dell'eroe umile e solitario, chiuso nel suo sforzo dannato e glorioso verso il traguardo. Come sempre nella scrittura di Pierattini si mescolano microstorie e grande storia: anonime vicende private all'ombra di eventi più eclatanti. Anche ne “Il gregario”, riesce a confezionare, con un linguaggio semplice e minimalista, una storia ad alta tensione emotiva, che sulla scena ci viene restituita al meglio grazie all'intensa e trascinante interpretazione che, lui e Alex Cendron, perfettamente calati nella parte, ne riescono a dare. Pierattini interpreta Claudio il corridore più anziano, ruvido e rustico, l'altro il più giovane proprio quel giorno ha vinto la prima tappa della sua carriera. Divisi dall'età, dal credo politico, il primo è toscano e fascista, l'altro è veneto e comunista ma accomunati dalla povertà e dalla stessa capacità di soffrire i due coltivano un sogno, una chance per risalire la china e continuare a lottare. Nella prima parte dello spettacolo i due si scambiano confidenze malinconiche, il più giovane da qualche giorno piange senza apparente motivo, spesso si guarda allo specchio e si vede giallo con la faccia coperta dalla barba, come quella che cresce ai morti. Ha vinto ma sa anche che il suo attimo fuggente lo ha perso anni prima quando sul Passo delle Tre Croci sulle Dolomiti, aveva sette minuti e mezzo di vantaggio sul gruppo ma una banale caduta lo condannò ad arrivare ventesimo. Poi ad incupirlo di più c'è la notizia della morte dello zio, ex partigiano, notizia che ha appreso proprio durante la premiazione al traguardo. Claudio spesso fa scivolare il discorso sulla politica, ricorda al giovane che i partigiani jugoslavi hanno massacrato tantissimi italiani innocenti e gli racconta di quando il fratello, stalliere di una contessa, salvò una cavalla di razza dai tedeschi in ritirata che razziavano tutto. La nascose cinque giorni nella camera da letto, ottenendo così anche la riconoscenza dell'on. Buffarini Guidi, ministro agli Interni. Poi però arrivarono le truppe marocchine francesi e per la povera bestia “chiapparla, scannarla e mangiarla” fu un tutt'uno. “Liberatori, voi siete peggio dei tedeschi, ma chi vince ha sempre ragione” - chiosa Claudio - mentre da sopra uno spazientito Fausto Coppi bussa perché vuole riposare. La vittoria della tappa però fa emergere fra i due dissapori, rancori, cose mai dette, il giorno dopo i due non saranno più compagni di stanza, il più giovane dormirà con Bartali. Il campione lo vuole come suo gregario personale e Claudio sarà scaricato, perché oramai vecchio e inutile. Cresce la tensione fra i due, il dialogo si fa più serrato, duro, Claudio estrae un coltellino e si avventa sul compagno; solo il bussare incessante di Coppi, metterà fine alla contesa. Nel commovente finale si riaccende un barlume di speranza, a simbolo di un popolo e di un paese, stravolti dalla guerra, ma con tanta voglia di sognare e di riemergere. Per Sergio Pierattini e Alex Cendron è stato un graditissimo ritorno a Primavera dei Teatri. Li avevamo visti insieme nel 2007 interpretare un altro testo di Pierattini: “Il ritorno”. E l'anno dopo Pierattini era tornato al festival castrovillarese con “Un mondo perfetto”.
 
Domenico Donato
 
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