| San Demetrio Corone/ Commemorazione dei defunti |
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| Scritto da Pasquale De Marco |
| Venerdì 05 Febbraio 2010 10:14 |
SAN DEMETRIO CORONE – Si celebra domani (SABATO 6 FEBBRAIO), nelle comunità albanofone di rito greco-bizantino, la Commemorazione dei defunti, la ricorrenza religiosa più sentita dai discendenti di Skanderbeg, anche perché evidenzia in maniera netta la “differenza” con i latini.Si tratta di una «festa» mobile che «cade» il sabato precedente la domenica di Carnevale e 15 giorni prima della Quaresima. Tutto il ricco e suggestivo rituale – in cui si intrecciano motivi religiosi e tradizioni laiche- è in definitiva un modo di esorcizzare la morte, immaginata da sempre nelle varie culture come liberazione, eterno riposo, reincarnazione, liberazione e ritorno nel mondo degli avi. Questa commemorazione si riallaccia alle Antesterie greche (festa dei fiori celebrata ad Atene in onore di Dionisio) e alle Febbriali latine, che, in sintonia con l’intero ciclo liturgico orientale, inneggia alla vita e alla resurrezione e si celebra appunto all’inizio della Primavera, quando si intravedono i primi segni di risveglio della natura. La Settimana dei defunti (Java e përgatorvet) prende avvio la sera della Domenica del Figliol prodigo. In tutte le case vengono accesi lumini alimentati da olio d'oliva perché facilitino, con la loro luce, il “ritorno” dei defunti nei luoghi dove hanno vissuto. Sabato mattina, partendo dalla Chiesa Madre, si va in processione nel cimitero, intonando toccanti canti di cui il più celebre è “Tek jam i thel …” (Dove sono sprofondato). E, dopo la celebrazione della cerimonia di suffragio (il Trisaghion) i «papades» (sacerdote di rito greco-bizantino) benedicono i sepolcri con incenso e acqua santa, recitando il Contachion e l'Apolitichion. Si sosta poi accanto alle tombe dei propri cari, “imbandite” di vino, liquori, dolci e sigarette che sono consumati e offerti ai passanti «a ricordo del defunto». Una tradizione, questa, risalente agli albori della civiltà, pregna di simbolismi e che si basa sulla connessione tra cibo e morte e sulla «filosofia» dell'uomo di sublimare il concetto di morte. Di pomeriggio i sacerdoti visitano le famiglie che ne fanno richiesta e, specie in quelle che hanno avuto un lutto recente, benedicono la «Panagjia» (Tutta Santa), simboleggiante l'immortalità dell'anima e la resurrezione del corpo che, come il grano che marcisce sotto terra e poi germoglia, muore e dopo rinasce. Su di un tavolo, coperto da una bianca tovaglia, sono sistemati un piatto con grano bollito, una candela accesa, una bottiglia di vino, due pani, un coltello e due cucchiai. Sotto il piatto, un’offerta in denaro per il sacerdote. Dopo la benedizione, il papàs spegne la candela immergendola nel grano che offre poi con piccoli pezzi di pane ai presenti, iniziando dai parenti più stretti del defunto commemorato. In serata, rinnovando le «agapi», i banchetti dei primi cristiani, gli uomini si riuniscono a gruppi di amici per consumare una cena basata per lo più su salumi locali e innaffiata da vino novello. Uno dei posti della tavola è lasciato vuoto perché «riservato» ai defunti. Le anime dei morti, lasciando temporaneamente i luoghi di penitenza o beatitudine, fanno ritorno al loro paese, visitando le case dei loro cari. Durante questa settimana (Java e pergatorvet) si danno in beneficenza piccole somme di denaro, olio o vino ai poveri che ringraziano dicendo “Ndje Zot” (Ascoltalo o Signore). E, si dice, più si è generosi e più si contribuisce ad aiutare i propri defunti nel loro cammino di espiazione o di beatificazione. Sabato prossimo, “E shtuna e Shales”(nome derivante dalla festa pagana delle Rosalie), le anime fanno mestamente ritorno nei sepolcri. Ed è questa una giornata di profonda tristezza. Un detto arberesh, a tal proposito, recita: ”Il sabato dei morti sia il benvenuto, ma quello di Shala non venga mai”. Pasquale De Marco |


SAN DEMETRIO CORONE – Si celebra domani (SABATO 6 FEBBRAIO), nelle comunità albanofone di rito greco-bizantino, la Commemorazione dei defunti, la ricorrenza religiosa più sentita dai discendenti di Skanderbeg, anche perché evidenzia in maniera netta la “differenza” con i latini.